Peperoncino: una storia di voli e di grandi navigatori

Colorato, caldo (anche ardente…), nell’immaginario collettivo il peperoncino evoca terre lontane e sapori esotici.

Molte tradizioni culinarie lo hanno così ben integrato che non è facile indovinare la sua origine. Thai? Messicano? Del Camerun? Forse indiano?

Il peperoncino: una storia vecchia di 9000 anni

Della famiglia delle Solanacee (come pomodoro, patate e melanzane) il peperoncino (Capsicum annuum) è originario della Bolivia e delle regioni limitrofe.

Grazie agli uccelli, che possono gustarne il frutto senza sentire il suo effetto pungente, si diffuse rapidamente (puoi facilmente immaginare come…) in tutto il Sud America, nell’America centrale e in Messico.

Già 9000 anni fa, le civiltà precolombiane ne facevano grande uso per insaporire i cibi: sappiamo ad esempio che gli Aztechi lo aggiungevano al loro xocolatl,  una sorta di bevanda aromatizzata alla vaniglia, cacao e altre spezie.
Il peperoncino veniva coltivato, venerato e usato come rimedio, mentre il resto del mondo ignorava l’esistenza di questo piccolo frutto carnoso.

Cristoforo Colombo fu il primo europeo a scoprire la spezia, nel suo viaggio verso le Americhe: lo trovò a Hispaniola, una delle più grandi isole dei Caraibi (ora divisa in due: Haiti e la Repubblica Dominicana).

E Colombo, entusiasta, scrive della scoperta nel suo diario di bordo: « C’è anche grande abbondanza di “agi”, che è il loro pepe, migliore assai del pepe nero, e tutti ne mangiano. È molto sano. »

Quando rientra dalla spedizione nel 1493, lo presenta alla corte di Spagna ma, il “frutto piccante”, non incontra il successo sperato.

A quel tempo l’Europa stava attraversando un periodo di penuria di spezie asiatiche: dopo molti secoli di fiorenti affari (che avevano arricchito i mercanti veneziani) il commercio dovette affrontare una grave crisi.
Con l’arricchimento della borghesia cittadina e la sua inclinazione ad imitare lo stile di vita ostentato della nobiltà, la domanda di spezie in Europa raggiunse proporzioni senza precedenti e, come da legge di mercato,  i mamelucchi in Egitto e i turchi in Asia Minore imposero tasse sempre più elevate per i commercianti.

Fu questa combinazione di fattori che portò le spezie a prezzi proibitivi, fatto particolarmente problematico per il pepe: la spezia più popolare e più commercializzata.

Iniziò allora la febbrile ricerca di un’alternativa alla famosa Via della Seta, per evitare gli intermediari e acquistare le spezie direttamente alla fonte.
Trovare un accesso via mare all’India divenne un’ossessione.

È in questo contesto che Cristoforo Colombo partì con le sue tre caravelle: per aprire una rotta verso le spezie ma evitando di aggirare l’Africa. Decise di volgere le vele a ovest, così da « buscar el Levante por el Poniente »: raggiungere il Levante dal Ponente.

E invece della spezia tanto ambita, riportò il peperoncino! Che, per consolazione, chiamò il “pepe delle Indie” (così ritrascritto nelle lettere del suo medico, il dottor Diego Alvarez Chanca).

Si iniziarono prove di coltivazione e, ben presto, i semi divennero piante che diedero frutti. Ma la classe nobile trovò il peperoncino troppo forte al gusto. Inoltre, visto che la pianta si rivelò ben poco esigente e si adattò benissimo al clima mediterraneo, fu ancor più snobbata: il peperoncino non poteva certo pretendere a quell’aurea di prestigio appartenente alle spezie provenienti dall’India e dalle Molucche! Molti credevano perfino avessero proprietà magiche! La cannella, il pepe e la noce moscata venivano da lontano, da terre avvolte in misteri e leggende! Prima di finire al banco del droghiere europeo percorrevano distanze incommensurabili. E il loro periplo prevedeva deserti attraversati a dorso di cammello e la navigazione in mari tropicali, oltre al costante pericolo di un attacco pirata o di una calamità naturale. Costosissime, la spezie erano riservate (per secoli) alla classe dirigente, che si differenziava così dal popolo.

Il nostro modesto peperoncino, che si adattava a qualsiasi orto o giardino, non stimolava certo l’immaginario e, ancor meno, la possibilità di farne un commercio lucrativo. Coloro che speravano di diventare ricchi con il peperoncino rosso rimasero ben delusi.

Il peperoncino fu quindi relegato al ruolo di “spezia dei poveri”, e furono proprio le classi più bisognose che lo adottarono per insaporire il loro cibo semplice (quasi sempre verdura).

L’avventura indiana

Anche Vasco de Gama aspirava a raggiungere le Isole delle Spezie, ma disegnando un percorso diverso: a differenza di Colombo, nel 1497 decise di puntare a sud, fiancheggiando la costa occidentale dell’Africa.

Dieci anni prima, nel 1487, Bartholomeu Dias, un altro portoghese, aveva scoperto un capo situato nel sud dell’Africa, che consentiva di prendere in considerazione la possibilità di circumnavigare il continente africano. Fu battezzato Capo di Buona Speranza, perché i portoghesi avevano adesso ‘buone speranze’ di raggiungere l’India via mare.

Vasco de Gama raggiunse Calicut nel 1498, sulla costa di Malabar: il sogno di un’epoca finalmente si fu realizzato. Una nuova rotta per l’India era aperta.

Dalla sua prima spedizione Vasco de Gama riportò del pepe con le sue navi, lo stessa pepe che le classi abbienti consumavano con ostentazione.
Quello Vero.
Questo gli valse un ritorno trionfale a Lisbona, e nessun dubbio sul continente visitato, mentre Colombo (che non era mai riuscito a trovare la spezia che cercava) viveva di dubbi: e se avesse trovato un ‘nuovo mondo’?

Con la forza delle armi i portoghesi colonizzarono Goa, e imposero la loro presenza lungo la costa occidentale dell’India per garantire il controllo del commercio delle spezie.

E con loro, a Goa, arrivò anche il peperoncino, quello scoperto da Colombo e disdegnato dall’aristocrazia europea.

Il frutto rosso, piccante, ignoto fino a quel momento, sedusse subito la popolazione locale. Gli indiani del sud in particolare, abituati a speziare i loro piatti con  pepe lungo e di pepe nero in abbondanza, compresero in fretta il potenziale del peperoncino, e lo integrarono alla loro cucina.

Non è un’esagerazione affermare che il peperoncino divenne un ingrediente così essenziale nella preparazione del cibo per insaporire riso, verdure e lenticchie, che finì per essere uno dei tratti caratteristici della cucina indiana.

Ne seguì una rapida diffusione in tutto il mondo.

Seguendo la Via della Seta entrò in Afghanistan, arrivò a Samarcanda, si è diffuse in Nepal e in Cina. Pare che i turchi lo portarono dall’India con altre spezie sulla loro rotta commerciale per integrarlo alla loro cucina. Durante l’invasione dell’Ungheria nel 1526, i turchi vi introdussero il peperoncino, dando agli ungheresi il gusto per i cibi piccanti alla paprika.

Nel 1500, di nuovo diretti in India, i portoghesi scoprirono il Brasile, e peperoncini chiamati Quija o quiya dalla gente del posto.
Da lì, li imbarcarono – insieme ad altri prodotti alimentari come il mais, la manioca e l’ananas – verso le coste africane, nel Golfo di Guinea, in Angola e in Mozambico. Il peperoncino apportò così un graditissimo sapore in più alle diete africane, a base di yam, sorgo e miglio: piante nutrienti ma decisamente insipide.

Gli spagnoli, nel frattempo, accarezzavano ancora l’idea di una rotta commerciale diretta con l’Asia. Ma in base al trattato di Tordesillas del 1494, che divise il mondo tra Spagna e Portogallo lungo un meridiano situato a 370 leghe (1770 km o 46° 37′ ovest) ad ovest delle Isole di Capo Verde, non potevano fare il giro dell’Africa via mare, riservata ai loro vicini.

Così gli spagnoli continuarono l’esplorazione dell’America centrale e, da Acapulco e Lima, si avventurarono nel Pacifico per raggiungere l’Asia. E con loro il peperoncino viaggiò verso ovest fino, a Manila e nel sud della Cina.

L’integrazione nelle diverse cucine

Poco dopo la sua scoperta (fatta da Colombo), il peperoncino si diffuse in tutte le regioni calde del globo, soppiantando il pepe e rivoluzionando molte tradizioni culinarie.

Oggi il peperoncino è una spezia comune, una delle più coltivate ​​al mondo. Freschi o secchi, interi o macinati, talvolta affumicati: come il famoso Chipotle, ottenuto dopo essiccazione e affumicatura o il jalapeno, presente nelle salse piccanti usate comunemente come condimento.

Ci sono anche particolarità di utilizzo: in Vietnam è d’uso comune mordere un peperoncino intero durante un pasto, mentre in Martinica si taglia a metà un peperoncino antillese (una varietà molto forte, conosciuto anche come habanero o Bondamanjak) per sfregarne i piatti prima di mangiare. Spaghetti aglio olio e peperoncino in Italia, gulyásleves in Ungheria (zuppa di gulasch), pollo bǎo Gong in Cina… sono tutte specialità che raccontano dell’incredibile viaggio del peperoncino, senza dimenticare l’infinita varietà di curry cui la cucina indiana e tailandese sono ormai indissolubilmente legate!

Le terre temperate del globo resistettero a lungo alla seduzione del peperoncino ma, da qualche decennio, il peperoncino è in auge anche in Europa, grazie alla mania per cucine esotiche (tra cui indiana, tailandese e vietnamita), mentre il tikka masala di pollo (pollo al curry indiano un po’…rivisitato) è divenuto uno dei piatti più popolari nel Regno Unito.

Robin Cook, ex ministro degli Esteri britannico (1997-2001) aveva persino dichiarato nel 2001: « Il pollo tikka masala è oggi il vero piatto nazionale del Regno Unito: non solo perché è il più popolare, ma anche perché è un quadro perfetto di come il Regno Unito assorba e adatti le influenze esterne. »

Quindi… che dire?
Caro peperoncino, una lunga e dura carriera la tua, ma di sicuro successo!

E adesso che ne hai apprezzata la storia, goditi il peperoncino James 1599 🙂

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Peperoncino: una storia di voli e di grandi navigatori
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Peperoncino: una storia di voli e di grandi navigatori
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Toomaki
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